La prima cosa che colpisce di Cusago non è il castello.
E’ quello che gli gira intorno. Il silenzio. E quelle parti di muro consumate dal tempo. Quelle finestre che non mostrano più nulla. Quelle aperture che sembrano invitarti a guardae dentro, senza permetterti davvero di farlo.
Il castello è lì. Da secoli. E forse è proprio questo a renderlo diverso.
Non ciò che mostra. Ma ciò che lascia immaginare.
Si dice che sia stato costruito su qualcosa che c’era già. Come se quel punto fosse destinato a restare. Come se qualcuno, molto prima delle mura che vediamo oggi, avesse già scelto quel luogo.
Intorno, silenzio.
Quello vero.
Non quello vuoto.
Quello che osserva.
Un tempo qui si arrivava per allontanarsi. Dalla città. Dal rumore. Da qualcosa che non si poteva controllare. E forse è quello che si sente ancora.
Non quello che è successo. Ma il motivo per cui si veniva fin qui.
Camminando intorno al castello c’è una sensazione sottile. Come se qualcosa fosse rimasto. Non visibile. Ma nemmeno del tutto andato via.
Forse è solo suggestione. O forse alcuni luoghi custodiscono più di quanto mostrino.
Le persone lasciano tracce.
I luoghi le custodiscono.
