La pioggia non accennava a diminuire. Cadeva fitta, insistente, come se dovesse continuare all’infinito.
Aveva scoraggiato molti allievi che all’acqua clorata avevano preferito l’asciutto di casa.
Anche io mi sono trascinata fuori dal letto senza troppo entusiasmo, aggrappandomi all’idea di un caffè bollente per iniziare quella giornata più umida del solito.
In vasca c’erano i soliti. I nuotatori incalliti.
Quelli che non mancano mai. Quelli che non trattano con il meteo, con il sonno, con le scuse.
Nuotano. E basta.
E poi c’era lei.
Già pronta. Cuffia, costume, pinne in mano.
E quel sorriso ancora un po incerto, di chi sente di avercela quasi fatta e non vuole rischiare di perdere nemmeno una goccia di quello che ha conquistato con fatica.
Per lei, oggi, saltare la lezione non era un’opzione.
All’inizio l’acqua le toglieva il fiato. Non per il freddo. Per una paura che le bloccava il respiro.
Non ha mai mollato. Non ha mai perso una lezione. Si è fidata.
Della mia voce. Della mia mano. Delle indicazioni date piano, quasi a bassa voce, un passo alla volta.
Io la guardo e sorrido.
Quelle pinne rosse, la sua copertina di Linus, sono ancora lì. Ma sempre più spesso restano appoggiate al bordo.
Alle 13 chiudo l’armadietto numero 9.
Oggi è rimasta la fiducia.
Sarà l’acqua.
Ma alcune persone, passando di qui, lasciano qualcosa che non va più via.
